LOADER
Altavia Crew
OVS presenta Altavia Crew, il progetto editoriale in partnership con Athleta Lab. La disciplina, il talento e la dedizione raccontati da chi ogni giorno sfida i propri limiti, attraverso lo sport e l’avventura.
“In montagna ho scoperto che non sei tu a comandare, ma la natura. Ho imparato ad assecondare i suoi tempi, a dialogarci.”
Intervista a Giulio Bosca
Nato a Torino ed erede di una famiglia che da generazioni è legata alla produzione enologica nell’Astigiano, ha fatto dello sci la sua vita. Scopriamo chi è Giulio Bosca.
Da cittadino nativo, quanto e come ha impattato l’educazione di montagna nel plasmare la tua identità?
“Sono nato in Piemonte, tra le colline, non proprio in alta montagna, ma la mia educazione è stata fortemente plasmata dalla cultura di montagna, più che dalla montagna stessa. Non è tanto la montagna fisica, quanto la comunità che ho trovato lì - lo ski club, gli allenatori, le persone intorno - che per me è stata la vera scuola di vita, persino più della scuola o della famiglia tradizionale. La montagna è stata la mia famiglia, la mia figura genitoriale in senso lato.
Non sono mai stato un campione dello sci nel senso canonico, piuttosto uno che ha sempre spinto al massimo. Anche perché, non avendo avuto la fortuna di fare esperienza continuata, fin da bambino, sulla neve, sicuramente non ho sviluppato determinati automatismi che in altri risultano innati. Sono cresciuto tra colline e pianura, per l’appunto, ma la montagna è sempre stata lì e poi, con il crescere della carriera, l’ho abbracciata del tutto...”
Se chiudi gli occhi e vai con la mente a Santa Caterina, quali sono le prime immagini che ti vengono in mente? E che valore ha quel posto per te?
“Se chiudo gli occhi e cerco l’immagine più lontana, ma anche più viva dentro di me, torno bambina. Mi rivedo nella cucina dell’albergo, dietro le tendine della finestra: fuori nevica, c’è tantissima neve, e vedo le persone che camminano, che spingono con gli sci ai piedi lungo la strada. È un ricordo che rimane vivissimo. L’ho anche raccontato in un piccolo libro di storie che ho scritto: quella scena è come un flash, quasi una cartolina. Ricordo perfettamente la porta d’ingresso dell’hotel, vista di lato, e i clienti che entrano ed escono mentre fuori continua a nevicare. Santa Caterina e quei luoghi d’infanzia sono stati fondamentali per tutto il mio percorso: lì ho mosso i primi passi sulla neve, ho imparato a conoscerla, a sentirla. Passavo tanto tempo all’aperto, anche d’estate. Se penso all’inverno, penso inevitabilmente allo sci, al percorso che poi è diventato la mia vita. Le emozioni che porto dentro sono tutte legate a quell’elemento, la neve, e al senso di pace che la circonda. Una pace che, per me, è sempre stata una costante. Torno spesso a Santa Caterina, ci passo ancora tanti mesi all’anno. In autunno, per esempio: è una delle stagioni che preferisco. Anche d’estate ho vissuto e vivo molto la montagna: le camminate, i boschi, i prati, gli animali... Quella libertà mi appartiene da sempre, e credo sia stata il mio segreto anche nello sci. Prima delle gare, per concentrarmi, non avevo bisogno di mental coach o di tecniche particolari: mi bastava tornare con la mente a quei ricordi, immergermi in quella pace. E subito sentivo che il peso della pressione si alleggeriva.”
La montagna ti ha accompagnato anche nel tuo percorso accademico, com’è stato esplorare altre nevi, rispetto a quelle familiari, ed altre culture, come quella americana?
“Il mio approccio allo sci è cambiato radicalmente durante la mia esperienza negli Stati Uniti, una vera rivelazione. Ero quasi sul punto di smettere, anzi pensavo che avrei smesso come pro dopo quell’esperienza... ma è stata un’esperienza incredibile, quasi mistica. Al college, pur non essendo uno sport “professionistico” per legge, tutto era spinto al massimo livello: protocolli di allenamento all’avanguardia, un’organizzazione molto più strutturata rispetto a quella italiana, e una mentalità che ti cambia.
Quell’esperienza mi ha reinfuso la passione per lo sci. Ho anche trovato il mio modo di vivere la montagna: fughe con amici, camping, weekend nel nulla più assoluto, dove l’unico pensiero era divertirsi insieme, esplorando quello che ci circondava. Andando all’avventura, nel senso più bello del termine.”
La tua eredità familiare coincide con la grande tradizione enologica. Che ruolo giocano le tradizioni di montagna nel tuo approccio ad essa?
“Un ruolo enorme. Fare vino, se ci pensi, è molto simile a vivere la montagna: in entrambi i casi non comandi tu. Comanda la natura - l’annata, il clima,la terra, il vento. È una relazione di rispetto, non di dominio. Mi affascina moltissimo la parte biodinamica, quella spiritualità agricola che può sembrare assurda - tipo il corno di capra sepolto - ma che in fondo è una ricerca d’equilibrio, proprio come quella che cerchi nella neve o nell’onda perfetta. sono linguaggi diversi dello stesso dialogo con la natura. E poi la montagna mi ha insegnato a non avere fretta, ad assecondare i tempi, le stagioni, i silenzi. Fare vino è lo stesso: devi aspettare, osservare, ascoltare. È una tradizione che ti radica, ti educa all’umiltà."
Quali valori della montagna ti hanno plasmato e aiutato come atleta?
“Penso che lo sci sia un insieme di elementi: la tecnica, certo, ma anche la sensibilità, l’adattamento, la conoscenza del proprio corpo e dell’ambiente. L’aspetto tecnico è fondamentale, ma il modo in cui lo assorbi da bambino fa la differenza. Nel mio caso, è avvenuto tutto in modo naturale, senza forzature. I primi passi sulla neve, i giochi all’aperto, quel contatto continuo con l’ambiente: tutto questo ha formato una mia particolare sensibilità. Forse un dono, ma più che altro una familiarità innata con la neve e con il ritmo della montagna. Non dovrei dirlo io, ma vedo la differenza tra chi diventa un fuoriclasse e chi no. Quel “qualcosa in più” nasce spesso proprio da un rapporto naturale con la disciplina, da un modo personale di viverla. Io, per esempio, ero molto autonoma: non mi mettevo troppa pressione, non seguivo sempre gli schemi. Mi allenavo tanto, ma a modo mio. Mi piaceva inventarmi gli allenamenti anche d’estate: mi dicevano di non andare in bici, e io invece andavo lo stesso, magari fino al Passo Gavia, poi lasciavo la bici e continuavo a piedi. Era tutto parte del mio modo di vivere lo sport. Quando fai una cosa con piacere, diventa la tua forza. E forse è proprio questo che mi ha portata così lontano.”
Parlando di famiglia, hai condiviso le piste con tuo fratello, e condividi a farlo. Puoi raccontarci di questo percorso comune, che hai ispirato e guidato, in quanto fratello maggiore?
“Io sono il maggiore, ho imparato sbagliando e lui ha avuto la fortuna di poter evitare molti miei errori grazie al percorso che ho tracciato. Negli ultimi anni abbiamo condiviso molto tempo sulle piste, allenandoci insieme, spingendoci a vicenda e crescendo come atleti e come persone. E poi ci sono i ricordi, quelli che ti restano dentro: le prime volte insieme sulle piste, quando cercavamo di capire come “funzionava” la montagna, o quando gli allenatori ti dicevano cosa fare e tu, piano piano, cercavi di farlo meglio di loro. Ricordo una foto in particolare: eravamo entrambi con il pettorale da leader di categoria. Due ragazzi di pianura, in un posto dove nessuno scia, eppure eravamo lì, uno accanto all’altro. O quando abbiamo iniziato a preparare i nostri sci, ore ed ore passate spalla a spalla... Sono immagini semplici, ma che raccontano tutto. È una cosa nostra, un legame profondo che va oltre lo sport, fatto di momenti che non sono sempre facili da raccontare, ma che sentiamo nel profondo.”
“Lontano da Courmayer, in America, ho trovato il mio modo di vivere la montagna. Senza folla o rumore: all’avventura.”
Da appassionato di scrittura ed ex sciatore pro, cosa vuol dire per te raccontare il panorama che ha scandito la tua crescita e maturazione?
“Oggi lavoro con la parola, la lingua, la comunicazione, e questa è una nuova sfida che ho abbracciato con passione. Mi piace leggere, scrivere, esprimermi, perché è un modo per esplorare parti di me che non conoscevo e per mettermi in gioco in maniera diversa. Sono un 80-percenter, credo nella possibilità di evolversi e di scoprire nuove cose continuamente.”
Che ‘altre vie’ hai imparato a conoscere, nella tua vita di montagna?
“Le “altre vie” per me sono quelle che esulano dalle piste battute, dalla competizione e dai percorsi standard. Sono vie di avventura, di scoperta, di autonomia: ho scelto di sciare pur non essendo un ragazzo di montagna, ho deciso di andare negli USA e tornare per competere nuovamente, cosa che nessun altro sciatore italiano ha fatto... Credo che siano queste le “altre vie” che la montagna mi ha mostrato, e che ho seguito. Queste vie non sono standard né codificate. Sono sentieri personali, vie che costruisci con il tuo passo, con la tua esperienza, dove la sicurezza è fondamentale ma anche la sfida e il rispetto per la natura.”
Pensando ai dettagli che più ti ispirano della tua montagna, Courmayeur, cosa menzioneresti?
“Courmayer è senza dubbio la mia montagna, e l’immagine che amo più di tutte è quella dell’inverno, quando sei il primo a salire sulle piste. C’è un momento unico all’alba, con il monte bianco che ti guarda in faccia, e la neve che scricchiola sotto i piedi nel silenzio gelido, quasi tagliente. È un momento intimo, in cui la montagna si fa sentire in tutta la sua potenza e bellezza, lontano dalla folla e dal rumore, in uno spazio quasi sacro e remoto.”
Nelle puntate precedenti
Puntata 2: Giulio Bosca
Ex sciatore professionista, ora maestro e allenatore di sci e commentatore televisivo per la Rai.
La storia continua
Il viaggio continua con la voce del secondo protagonista, Giulio Bosca. Nelle prossime settimane nuovi volti si uniranno all'Altavia Crew per raccontare tutte le sfumature di quella passione che ci porta sempre più in alto.
La storia continua
Il viaggio continua con la voce del secondo protagonista, Giulio Bosca. Nelle prossime settimane nuovi volti si uniranno all'Altavia Crew per raccontare tutte le sfumature di quella passione che ci porta sempre più in alto.