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LOADER

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Altavia Crew

OVS presenta Altavia Crew, il progetto editoriale in partnership con Athleta Lab. La disciplina, il talento e la dedizione raccontati da chi ogni giorno sfida i propri limiti, attraverso lo sport e l’avventura.

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"Il freestyle ti insegna a vedere la montagna con i tuoi occhi.
Ogni giorno puoi entrare in un paradiso fatto di trick, après-ski, festa e convivialità... ma anche di doveri e lavoro. Di pericoli e profondo rispetto."

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Intervista a Emil Zulian

 

Nato e cresciuto in Val di Fassa, dove attualmente risiede, è diventato un pioniere dello snowboard in una zona a trazione sciistica, arrivando a rappresentare la nazionale italiana.
Scopriamo chi è Emil Zulian.

Durante la tua infanzia e la tua adolescenza, come hai vissuto la montagna?

“La figata per me era finire la scuola, mangiare velocissimo, prendere la tavola, andare sulla neve e trovarmi con gli amici. È una cosa normale per chi cresce in montagna: come trovarsi al campetto per giocare a calcio. Aspettavi il suono della campanella solo per andare su e giù. Sono belle usanze, sono ricordi belli: da quei pomeriggi ricavavo sempre qualcosa. Anche con la mia famiglia ho ricordi splendidi. Per esempio, penso a quando mio padre andava in rifugio per la stagione invernale, e io lo chiamavo ogni giorno, appena vedevo scendere un po’ di neve: “Oh papà, quanta ne è caduta?”.

Il rifugio è un migliaio di metri più in alto del paese, sapevo che lì avrebbe nevicato di più. Gli ponevo la stessa domanda ogni ora... la montagna era un parco giochi che mi permetteva di fare tutto: creare salti, inventare acrobazie o ripetere quelle che vedevamo solo nei video...”

Possiamo dire che la montagna sia il nucleo pulsante della tua vita? E come è entrato lo snowboard in questo rapporto?

"Sì, vivo ancora oggi in Val di Fassa. La mia famiglia è originaria di qui, da sempre. Abbiamo un rifugio, quindi sono sempre stato molto legato alla zona. Qui è una zona molto legata allo sci. Lo snowboard, specie una ventina d’anni fa, non era così di moda… Ho iniziato a sciare a tre anni, dopo poco ho capito che non era la mia strada. Un po’ per seguire mio fratello più grande, un po’ per essere “il diverso”, ho cominciato con la tavola e lo snow mi è piaciuto da subito: i salti, i fuori pista, le prime garette con lo snowboard club… Poi la nazionale e gli eventi in giro per il mondo. È successo tutto molto naturalmente."

Crescere in montagna ti ha segnato?

"Ha fatto di più, mi ha forgiato. La montagna mi ha forgiato. È un ambiente difficile. Da piccolo non lo realizzi, perché ti sembra la normalità. Crescendo, poi, ti confronti con gente che ha delle comodità nella vita di tutti i giorni che tu non hai, o che non hai avuto, e comprendi l’effettivo impatto della vita di montagna sulla tua identità. Realizzi che, in fondo, è stata una fortuna aver imparato a vivere così. Parlo anche di cose “stupide”: dover farsi un bel pezzo a piedi per andare a scuola, dare una mano da piccolo in rifugio, lo sport stesso... Ho sempre pensato che qui, anche solo nell’aria, ci fosse un po’ più di senso di difficoltà rispetto a quello che poteva vivere un bambino nato in città. Allo stesso tempo, penso che la montagna mi abbia insegnato cose uniche, legate alla natura. Mi riferisco al fatto di crescere a stretto contatto con gli elementi, all’andare sempre nel bosco, all’arrampicare da solo o con amici, senza tante regole se non, per l’appunto, quelle della natura. Tutto questo mi ha plasmato, mi ha dato una forza unica."

E a livello creativo, ha avuto un’influenza sul tuo approccio allo sport, oltre che alla vita?

"Certo, l’approccio del freestyle è proprio quello di riuscire a vedere la montagna con i tuoi occhi, in modo personale. Tu vedi un pendio, io vedo una parte dove si può costruire una rampa e un atterraggio. Ognuno vede cose diverse e questa, secondo me, è la visione della montagna che ti regala il freestyle. Per tutti i freestyler la montagna assume forme e significati differenti. Poi, parlando di creatività, lo snowboard mi ha portato a svilupparla fin da piccolo. Ricordo che a 9 anni avevo costruito esattamente di fianco al nostro rifugio un salto: l’avevo fatto con una panca, creando una sorta di box. Era una giornata in cui non c’era nessuno, probabilmente un periodo prima di Natale. Mio papà mi tirava con la motoslitta su e giù per farmi fare più giri possibili. Ho ancora fresca l’immagine dell’intera giornata: descrive perfettamente quella che era la mia realtà da piccolo."

E la realtà di paese com’era, oltre lo snowboard?

"Vivendo in un paesino di montagna, puoi fare quello che vuoi, nel senso buono. Ero sempre nei boschi a costruire le basi con gli amici, sempre a fare qualcosa: corri di qua, corri di là. Poi sono arrivati i primi motorini, e in montagna i primi motorini sono moto da cross o moto da trial. Quindi altri giri, giri dove e come volevamo. C’era un tipo di libertà che non puoi avere ovunque. Non c’erano i cellulari: tu te ne andavi, e poi chissà dov’eri… I genitori, ovviamente, si arrabbiavano…
Crescendo, poi, il divertimento si è allargato anche alle situazioni più conviviali. Già a 15-16 anni, ogni weekend c’era l’après-ski: un grande classico. Lo facevamo dopo intere giornate sulla neve. Grazie a tanti amici ho imparato a vivere la montagna anche come un momento di festa: a partire dalla neve fresca fatta assieme, dall’allegria, dall’euforia delle varie situazioni."

Prima parlavi della montagna come d’un parco giochi, confermi?

"Sì, da piccolo quel lato era preponderante. Ma c’era anche il lato del lavoro: dover dare una mano a prendere le zappe, falciare i prati, aiutare quando si doveva rastrellare, mettere a posto le cose. Quindi il gioco si inseriva sempre tra un dovere e l’altro.
Al centro di tutto, però, c’era il rispetto per la montagna. È un qualcosa che nasce in modo naturale: vivendo la montagna come il centro della tua vita, la vedi anche come qualcosa che ha bisogno di rispetto. Sai che è pericolosa, che non la puoi gestire tu. Devi stare attento: al temporale, alla valanga, agli animali, a non perderti, al freddo. È un attimo farsi male. Cresci con i pericoli e i pericoli te la fanno rispettare. È un elemento che va oltre le tue azioni, oltre quello che puoi fare e decidere tu."

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Quando hai incontrato lo snowboard, qual è stata la scintilla che ti ha fatto dire: “Questo è il mio sport”?

“Lo sci voleva dire seguire le regole, avere degli orari pazzeschi, un impegno esagerato già a 5, 6, 7 anni. I programmi erano molto intensi. Lo snowboard, invece, era proprio il tuo modo di fare le cose. Ripeto, già solo il fatto di essere ‘quello diverso’ mi è sempre piaciuto. Essere diverso è una delle cose che poi mi ha spinto a continuare, ed è anche il concetto alla base del freestyle: riuscire a mostrare il tuo stile, mostrare te stesso, in quello che fai.

Non è solo una questione di velocità, di arrivare in fondo a un tracciato, di giocare in e per la squadra: è riuscire a esprimere chi sei. Questo, il potermi esprimere, è ciò che mi ha fatto iniziare, mi ha fatto continuare e adesso mi sta facendo proseguire con l’obiettivo di aiutare gli altri a esprimersi a loro volta. Proprio come sono stato aiutato io nel farlo. Perché lo snowboard mi ha veramente cambiato la vita.”

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Come ti fa sentire oggi l’idea di aiutare i ragazzi più giovani a esprimersi attraverso lo snowboard?

“Sono proprio all’inizio, non ho ancora fatto tanto. Però, nel momento in cui ho deciso di volerlo fare, mi sono posto l’obiettivo di trasmettere questi messaggi. Mi sembra una fortuna riuscire a farlo, una fortuna assurda. A volte penso che sia più il ragazzino o la ragazzina a dare qualcosa a te: tu non devi far altro che tradurre quello che già stanno pensando. La passione dei più giovani per lo sport è una cosa fortissima, che mi affascina. Sulla neve si tratta, in realtà, della condivisione di emozioni che fanno crescere tantissimo i ragazzini, ma allo stesso modo l’allenatore. C’è proprio questo tipo di rapporto: loro ti danno qualcosa e tu gli dai qualcos’altro. Avviene in sincronia. E questo è ciò che voglio fare nella vita.”

A uno dei tuoi ragazzi, come descriveresti la montagna?

“Come un luogo dove sei veramente libero di essere te stesso, di essere chi vuoi. Dal punto di vista del movimento, hai tutto lo spazio e mille situazioni per fare una marea di cose. È il paradiso, diciamo. Poi, aggiungiamoci la neve. È una componente fantastica anche solo a livello pratico: attraverso un mezzo come lo sci o lo snowboard riesci a vivere esperienze uniche solo con le tue gambe, con le tue forze, le tue energie. È come se il tuo corpo si trasformasse: puoi andare velocissimo, puoi volare, puoi fare un salto... È come acquisire delle abilità, come fosse un videogioco.”

Che grande consiglio daresti a un ragazzo che approccia lo snowboard e sogna una carriera?

“Ci sono più prospettive. In generale, se vuoi una vita lunga nello snowboard, deve essere una cosa che ti diverte e che fai per te stesso. Il divertimento deve avere anche parti di sacrificio, soddisfazioni, doveri... ma, alla base, deve restare il divertimento. Se pensiamo a qualcuno che vuole fare competizioni, o una carriera da professionista, il consiglio è di non avere fretta. Di non voler saltare dei passaggi. È difficilissimo rispettare questa regola, perché io per primo non l’ho fatto. Lo dico per esperienza: ne ho pagato spesso le conseguenze, con infortuni e con una filosofia sbagliata. Tendi a non credere a chi ti dice di rallentare. Per questo dico: tutto arriva con il proprio tempo. Non puoi forzare le cose e non si possono ‘rubare’ tappe.”

Com’è stato passare dalla libertà d’espressione del primo snowboard, all’ingresso in nazionale e alla professionalizzazione?

“Di sicuro, diventando grandi, devi riconoscere che nella vita ci sono dei compromessi da fare. In realtà è un qualcosa che comprendi già da piccolo, in montagna. Il dover dare una mano, il fatto che se c’è una cosa da fare, la fai, per poi poter uscire… non è che sia una cosa negativa, è semplicemente una cosa difficile, che ti dà anche soddisfazione. Bisogna seguire certe regole, certi doveri, ma sono proprio quelli che ti portano a ottenere dei risultati che senti come veramente tuoi. Come provare e riprovare un trick. Chiudere una cosa difficile, che magari gli altri non sanno fare, fa la stessa cosa: ti fa collegare il sacrificio al risultato.

 

E, nel mio caso, fa arrivare a quel momento di realizzazione: “Mi hanno chiamato in nazionale”. Non so, è difficile da descrivere. Mentre lo vivevo, non me ne rendevo conto. Era un percorso che continuava gradualmente: le prime gare, vedere risultati buoni rispetto ad amici o coetanei, renderti conto che magari hai quel qualcosa in più… Ho sentito che qualcosa era cambiato con la prima sponsorizzazione: un negozio della zona, l’obiettivo finale di ogni snowboarder. Quello mi ha fatto più effetto, sinceramente, della nazionale. Non che la nazionale non abbia contato, ma era parte di un processo a lungo termine, passato dal comitato regionale, dai campionati italiani, da tutti i giusti step. Mi ricordo un’intervista, avevo dieci anni, mi hanno chiesto: “Ti sei accorto che questa sarà la tua vita?”. Non sapevo cosa rispondere, perché per me quella era la vita normale, non era un qualcosa di speciale.”

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“La montagna ti forgia. E ti fa scoprire cose uniche, anche di te.”

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Dopo tutti questi anni, senti ancora di amare la tua disciplina? O quell’amore si è trasformato?

“Si è trasformato molto, è sempre stata in evoluzione. All’inizio era proprio un modo di divertirsi, di trovarsi… quell’adrenalina che cerchi quando sei piccolo. Poi è diventato un modo per riuscire a far vedere il mio potenziale, le mie sensazioni. Già lì si era trasformato in qualcosa di più ‘complicato’. Poi è diventato un lavoro, ma l’ho sempre vissuto bene insieme alle sue tante sfaccettature diverse. Adesso l’obiettivo è riuscire a far vivere quello che ho vissuto io a qualcun altro: questo mi fa stare bene.


Spesso penso a un allenatore, quello del club locale: è un mio eroe. Anche lui aveva avuto un’esperienza della nazionale, ma l’ho scoperto tardi, dopo anni che mi allenava. Lui dava peso alla cosa: l’importante era vivere lo snowboard come un mondo in cui divertirsi insieme. Non è un caso che, di quella squadra, oggi stiano facendo tutti i maestri o gli istruttori. È riuscito a trasmetterci questa passione, e noi siamo riusciti a portarla avanti, a farla diventare il centro della nostra vita. Quello è il mio sogno: riuscire a creare le stesse emozioni e realtà in altre persone.”

Che grande consiglio daresti a un ragazzo che approccia lo snowboard e sogna una carriera?

“Ci sono più prospettive. In generale, se vuoi una vita lunga nello snowboard, deve essere una cosa che ti diverte e che fai per te stesso. Il divertimento deve avere anche parti di sacrificio, soddisfazioni, doveri… Ma, alla base, deve restare il divertimento.
Se pensiamo a qualcuno che vuole fare competizioni o una carriera da professionista, il consiglio è di non avere fretta. Di non voler saltare dei passaggi. È difficilissimo rispettare questa regola, perché io per primo non l’ho fatto. Lo dico per esperienza: ne ho pagato spesso le conseguenze, con infortuni e con una filosofia sbagliata. Tendi a non credere a chi ti dice di rallentare. Per questo dico: tutto arriva con il proprio tempo. Non puoi forzare le cose e non si possono ‘rubare’ tappe.”

Quando sei sulla tavola, come ti senti?

“Mi sento come all’inizio. Quando prendo la tavola mi sento libero di esprimermi, di fare quello che voglio. Grazie alle abilità che ho sviluppato, riesco a usare l’ambiente che mi circonda seguendo la mia testa: scovo una gobbetta o un salto, o un passaggio che mi faccia andare velocissimo, o che mi faccia frenare…
Con lo snow c’è veramente la libertà di fare cose che non puoi fare altrove. Soprattutto, entri in un mondo che ha delle regole completamente diverse. In un altro mondo.”

Grazie ad Altavia, cosa ti piacerebbe comunicare?

“Mi piacerebbe riuscire a far arrivare, attraverso lo snowboard, un’immagine dello sport come una cosa importantissima nella vita di una persona. Non solo da bambino: perché io, da bambino, già avevo queste idee e questi pensieri, ma è una cosa che poi riesci a portarti avanti tutta la vita. Non è che a un certo punto diventi grande e lo sport non serve più. Anzi, è qualcosa che riesce a farti sfogare, a farti stare bene sempre.
Chiaramente, ognuno lo vive a modo proprio: ognuno è diverso. Ognuno deve sfruttare il proprio tipo di talento, senza guardare troppo cosa fanno gli altri e demoralizzarsi. Ognuno ha delle forze e delle debolezze: l’importante è riuscire a combinarle e sfruttarle per fare qualcosa che ti fa stare bene.”

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Nelle puntate precedenti

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Oggi, oltre alla tua attività principale, che altre cose fai in montagna?

“La mia carriera da agonista è finita. Già quest’estate e in autunno ho lavorato come allenatore. Devi passare da essere il centro dell’attenzione a essere nel retroscena. Soprattutto il primo passaggio, il realizzare che le gare non saranno più la tua vita, ti scombussola parecchio, devo dire. Non dico che sia stato semplice: ho fatto il mio periodo di confusione mentale. Però poi sono arrivato alla conclusione che stare nell’ambiente dello snowboard mi trasmette un sacco di felicità e che riesco a trasmettere questa cosa anche agli altri.


Oltre allo snowboard, tutto quello che riguarda la montagna mi ha sempre ispirato: mi piace un sacco andare in bici, sia mountain bike che strada o gravel, fare hiking in generale. E poi c’è questo sogno di iniziare a fare parapendio, che non ho ancora avuto occasione di provare, ma sicuramente lo farò.”

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La storia continua

Il viaggio continua con la voce del secondo protagonista, Emil Zulian. Nelle prossime settimane nuovi volti si uniranno all'Altavia Crew per raccontare tutte le sfumature di quella passione che ci porta sempre più in alto.

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